Confessioni di un’anima amareggiata

Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi… Vedo nella tua mano destra il carcere e nella sinistra il manicomio … Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche inghiottite una dopo l’altra dalla terra nera…

Sabbioncello San Vittore, 31 dicembre 2017

Sono le prime ore dell’ultimo giorno dell’anno. Un’impenetrabile e umida cortina di nebbia inganna la vista, quasi evocata da un arcaico maleficio per disorientare l’incauto viandante. Fluttuano le antiche dimore sorte per il sollazzo di nobili ferraresi, lungo le sponde del Volano, ora declassato a poco più di un canale. Fluttuano le anime amareggiate, incapaci di trovare pace in un’esistenza negata o incompiuta. Fluttuano i pensieri annebbiati, simili a fiabeschi castelli in aria, anch’essi privi di fondamenta.

Le pesanti tapparelle avvolgibili sono parzialmente abbassate nella stanza al piano terra dell’imponente residenza padronale. Appaiono sgangherate, scrostate e cigolanti: innumerevoli volte si sono alzate e abbassate, sino a quando un meccanismo interno ha ceduto e le ha bloccate in quella posizione. Leonarda non le nota neppure. Sono divenute una cornice necessaria a contenere le strabilianti manifestazioni della natura. È nella penombra, su una vecchia seggiola in noce con la seduta in raso giallo sformata e lisa ma al tatto rassicurante. L’alto schienale la sorregge e le guarda le spalle rinsecchite e curve. È alla giusta altezza per seguire i contorni della sua figura proiettati sulle superficie dei vetri sudici. Delle panciute inferriate adorne di motivi floreali le regalano l’illusione di piccoli boccioli ai lobi. Non riesce a trattenersi dallo sfiorare il proprio volto; ne segue l’ovale appesantito, il naso sottile, le labbra screpolate, gli zigomi alti, le sopracciglia folte; esplora le inaspettate rughe, le profonde occhiaie, le lunghe ciglia, le cicatrici dai bordi frastagliati.  Senza voltare il capo, con la coda dell’occhio, cerca una presenza alla sua destra: un’altra ombra le si è affiancata: è in piedi, nera, immobile. Indugia solo un attimo, per poi dileguarsi sconosciuta.

La controllano, in quella casa senza specchi. Giorno e notte. Sempre. Sono in tre: una giovane donna e due uomini, uno vicino alla quarantina e l’altro con più del doppio degli anni del primo. La trattano con gentilezza, il mangiare è buono e abbondante, il letto caldo e profumato di pulito. Una volta al giorno esce per una passeggiata a braccetto della donna, perché ˗ dicono ˗ camminare all’aria aperta è salutare. Ma i portoni sono chiusi con il chiavistello e le impediscono di allontanarsi da sola: sempre per il suo bene. Da quella volta che è uscita di nascosto per tornare a casa, dai suoi amati figli, la costringono a ingoiare le pastiglie in loro presenza.

E quella non è la sua casa. Abita a Correggio in Corso Cavour n.11 al terzo piano.

Lei è Leonarda, non Norma come la chiamano loro. Lo ha inciso sul palmo della mano, per non dimenticarsene più. L’ombra… era quella dell’uomo più giovane. Sibilava per l’asma. Ha imparato a riconoscerli, al buio. Anche lei li osserva, a loro insaputa.  La sera prima ha sentito discutere a voce alta i due uomini. Ha avvertito sbattere una pesante porta al piano superiore, seguita dal rumore di tre mandate di una serratura. Poi dei passi cadenzati alterni, uno scalpiccio frettoloso su un pianerottolo. Li ha visti maneggiare un grosso volume; se lo passavano l’un l’altro come brace rovente. Il vecchio alla fine aveva stretto al petto il manoscritto sottraendolo al giovane che, a sua volta, minacciava di confessare tutto alla povera donna. L’avrebbe portata nella stanza 11 “prima che fosse troppo tardi” perché era giusto che sapesse. Terrore e sdegno, aveva percepito, misto a fragranza di Violetta di Parma e sapone di Marsiglia.

“Norma, buongiorno. Vedo che ti sei alzata di buonora anche oggi. Pronta a festeggiare l’ultima notte dell’anno? Che ne dici di un brindisi in nostra compagnia e scintillanti fuochi d’artificio? Ti sono sempre piaciuti, ricordi? Li abbiamo preparati io e Giuseppe, giù in golena. Contenta? Se vuoi puoi rimanere in casa a guardarli, per non prendere freddo. Come preferisci.”

Leonarda segue la modulazione del sibilo di sottofondo, e non gli risponde.

La nebbia si è sollevata dal suolo, e lascia intravedere il nero della dura terra argillosa. Un nero fosco,  sul quale in un piccolo appezzamento quadrato, delimitato da una staccionata in legno grezzo, spicca il bianco marmoreo di alcune croci. Croci che conta: ogni giorno. Negli ultimi tempi è arrivata a 13, di fattezze e candore dissimile. Le hanno spiegato che sono commemorative, ma la mente dubita.

La donna del terzetto è arrivata da circa un mese e le altre sono sparite senza neanche salutare. Ricorda: Rosa dai capelli lunghi e fulvi, Iris invece con la chioma riccia corvina, Violetta con un corto caschetto castano… anche le sue mani odorano di Violetta. Ricorda di essersi lavata le mani nel suo bagno privato la sera prima, con una saponetta quasi terminata; era di un viola tenue, con una schiuma ricca e vellutata. Solo ora nota qualcosa, rimasto impigliato nella pietra incastonata nell’anello che porta all’anulare destro: è un capello castano, corto e liscio, non certo suo. Nella toilette il pezzo di sapone è sul ancora lavabo e, come una preziosa ambra, imprigiona dei resti nella massa solidificata. Un atroce sospetto obbliga Leonarda a rovistare dentro i cassetti del mobile da bagno: ci sono panetti di varie forme alla Rosa, all’Iris e Mughetto, alla Violetta di Parma: tutte di produzione artigianale e confezionate da “Corso Cavour 11”.

Leonarda è frastornata dalla scoperta. Non sente il passo felpato.

“Norma, allora era qui. L’ho chiamata diverse volte inutilmente. Mi ha fatto preoccupare. Cosa cercava? Posso aiutarla?” la donna non cerca il suo sguardo, mentre l’aiuta a richiudere i cassetti. Le porge delle pastiglie, per riposare. Un clacson indispettito ne affretta il rituale di controllo e Leonarda ne approfitta per fingere di ingoiarle.

Una lunga notte l’aspetta.

È buio quando l’uomo di nome Giuseppe la scuote dal torpore, e il suo “Norma, ti aspettiamo per l’ultima cena” le suona come un triste presagio.

Del cibo ricercato, del panettone, persino un goccio di spumante dolce. Piccole attenzioni e sorrisi che aumentano il sospetto nella donna. La lasciano spettatrice davanti alla finestra, mentre escono promettendole strabilianti colori forme e suoni. Indicano anche il luogo: è poco distante: è il fazzoletto di terra a ridosso del campetto, quello con la staccionata e le piccole croci. Una voce squillante l’avvisa che il portone verrà chiuso “perché non si sa mai, il cielo non voglia”. La voce si affievolisce, gorgheggiando in una risatina civettuola che rotola sulla ghiaia del selciato.

È tempo di agire.

Le chiavi sono custodite nella bacheca dell’infermeria, di fronte alla sala da pranzo. Sono in ordine, ognuna contrassegnata da un piano e un numero. La vede. La numero 11. La fa scivolare in una delle tasche della vezzosa vestaglia di flanella e affronta la ripida scala. I gradini sono alti e stretti, in freddo travertino, rivestiti da una elegante passatoia centrale rosso amaranto. Provvidenziale per coprire il tonfo dei passi appesantiti dall’età. È in affanno quando raggiunge il pianerottolo, l’inusuale proscenio della sceneggiata della sera precedente. Altri due gradini e il primo piano si concede alla sua vista, offuscata dal pulsare del battito nelle tempie. Il parquet stride al suo passaggio, emettendo un gemito che il cuor suo sente come un monito di avvertimento. Una cimice impazzita le strappa un grido di atavico terrore. Paura di essere scoperta e annientata, senza pietà, come quell’essere verde ridotto a poltiglia che emana un lezzo nauseabondo nelle sue mani. La numero 11 è l’ultima porta in fondo al corridoio, con la targa serigrafata “Corso Cavour n.11” in ottone satinato. Con una serie di secchi scrocchi, e un penetrante cigolio, i battenti cedono e si spalancano. L’interno riproduce un ambiente conviviale di umili origini. Un tavolo, delle sedie impagliate, una grande stufa economica a legna coi suoi fornelli e un enorme calderone, di quelli che si usano per preparare salse e pomodori. Dei contenitori in latta con soda caustica allume di rocca e pece greca poggiano sul pavimento in cotto, mentre delle ampolle di acqua di colonia e di essenze floreali sono riposti nelle vetrinette di una vecchia credenza tarlata.

Leonarda è disorientata. Cosa deve sapere? Cosa vogliono nascondere? Perché quel Corso Cavour riaffiora anche ora? Cosa l’accomuna con il doloroso vissuto di quella stanza?

Si accorge solo ora di una cripta incassata nel muro, celata da un pesante tendaggio. Dentro un piccolo altare votivo che custodisce il santino di un’anima defunta, ornata da monili. È di una donna e le collane sono rosari. Tredici piccoli rosari bianchi.

 

Legge ad alta voce “Leonarda Cianciulli (Montella 14 aprile 1894-Pozzuoli 15 ottobre 1970)”.

 

Un dolore lancinante le trafigge il grembo, che sorregge e protegge con ambo le mani.

Leonarda… Possibile che sia un’altra coincidenza? Cosa le lega?

Sulle pareti altre scritte…

Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi… Vedo nella tua mano destra il carcere e nella sinistra il manicomio … Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche inghiottite una dopo l’altra dalla terra nera…

Un ritaglio di giornale ingiallito, protetto da una cornice a giorno, grida appeso alla parete:

BOLLITI E MANGIATI. Leonarda Cianciulli coniugata con Pansardi Raffaele – Passata alla storia come la Saponificatrice di Correggio. Ha smembrato i cadaveri delle sue vittime e li ha bolliti con soda caustica al fine di ricavarne sapone. Solo per amore di madre. Le sue prime gravidanze finirono con 3 aborti spontanei e 10 neonati morti nella culla, e solo dopo l’intervento di una strega locale riescono a sopravvivere 4 figli che Leonarda difenderà a qualsiasi prezzo. Sono: Giuseppe, Bernardo, Biagio e Norma, che all’epoca dei brutali fatti aveva solo quattro anni. Quando il maggiore corre il rischio di essere richiamato al fronte Leonarda decide di fare sacrifici umani in cambio della vita del figlio. Condannata a 30 anni di carcere e 3 di manicomio criminale per 3 omicidi commessi tra il dicembre 1939 e il novembre 1940, morirà nel manicomio di Pozzuoli all’età di 77 anni per apoplessia cerebrale. In carcere scrisse un memoriale di oltre settecento pagine intitolato “Confessioni di un’anima amareggiata” nel quale racconta: “Finì nel pentolone. Come le altre, ma la sua carne era grassa e bianca: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti”.

È aperto su un leggio il voluminoso manoscritto in pelle, alla pagina che recita questa frase:

“Non ho ucciso per odio o per avidità, ma solo per amore di madre”.

La donna trema, mentre volge le spalle all’ira che esplode.

“Norma come hai potuto… come hai potuto tradire la nostra fiducia? Ne pagherai le conseguenze, povera sciocca”. L’uomo la strattona e la costringe a girarsi. Quello che vede lo lascia allibito.

Due globi infuocati l’apostrofano.

“Come ti permetti vile, di toccarmi. Sei un piccolo uomo, Raffaele, capace solo di alzare la voce e le mani. Nemmeno capace di mantenere la famiglia con il tuo stipendio da impiegatuccio. Uomo privo di nerbo sei stato, ed è solo grazie a me che i nostri figli sono vivi. Giuseppe, il mio bel Giuseppe, è vivo e libero”.

Le si scaglia contro. Si dimena come un’ossessa cercando di affondare le unghie nelle orbite degli occhi sbarrati. Una siringa mette fine all’impari lotta. Leonarda si accascia al suolo mentre la parola “mamma” affiora dalle labbra dell’uomo più giovane per echeggiare nel silenzio della stanza.

Riprende conoscenza davanti alla finestra. Fuori l’oscurità è illuminata da cascate di luci e figure scoppiettanti. Accetta una carezza dall’uomo anziano che la chiama sorella, porge la guancia scarna dove posa un bacio l’altro uomo che si rivela suo figlio, mentre in grembo le depositano il volume conteso. Perché è giusto che lei sappia.

Prima che sia troppo tardi. L’uomo alza le mani al cielo, sconsolato, maledicendo la demenza.

“Buon anno, Norma, sfortunata sorellina”.

Non capisce. Quei volti… il libro…Norma…

Guarda il palmo della mano, per orientarsi nel dedalo dei suoi pensieri.

Lei è Leonarda.

E quella non è la sua casa.

 

(di Anna Ronzulli)

2 Comments

  1. C’è sempre il rischio di impazzire e diventare criminali come quelli che ora, da sani, non comprendiamo. La nostra ombra e’ lìpronta a uscire se noi non la onoriamo come parte di noi. Avvicinarsi alla pazzia per conoscerla e capire che è umana come la nostra sanità e’ un primo modo per evitare che essa ci domini. La scrittura è un buon antidoto anche se non Definitivo

    1. Mia figlia ha tappezzato la sua camera di frasi e tra queste troneggia l’affermazione “La pazzia è relativa a chi stabilisce la normalità”. Non mi permetto di giudicare Leonarda.Dire che la pazzia l’abbia resa una criminale sarebbe troppo limitativo e superficiale.Nel mio racconto ho voluto ripercorrere gli avvenimenti e calarmi nella disperazione di un’anima dannata. Attraverso Norma ho sentito e assaporato la devastazione di una mente affetta da demenza. Perché? perchè la vita è imprevedibile.

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