Come si scrive una recensione

Secondo un certo ordine di idee “sono più convenienti recensioni negative” in quanto che quelle positive possono far pensare che ci sia un accordo con chi le scrive…

Credo che pubblicare sia un atto di coraggio: la maturità per un autore si compie nella capacità di accettare qualsiasi giudizio. Certo che fa piacere ricevere like, congratulazioni e apprezzamenti, ma se tutto si riducesse a uno scambio di complimenti l’impresa editoriale non sortirebbe reali soddisfazioni. Credo che la gratificazione più alta per un autore sia quella di essere compreso. Significherebbe essere approdati nel cuore dei propri lettori, aver comunicato realmente qualcosa, presupposto essenziale per generare interazioni successive e approfondimenti.

Essere compresi, tuttavia, è quasi un ideale. Qualsiasi scritto, anzi, qualsiasi pensiero è un microcosmo impossibile da sondare completamente; come diceva Luigi Pareyson, l’interpretazione di un testo ha un quid di mistero, la verità è inesauribile; eppure, senza porsi in sintonia con le motivazioni di fondo di un testo e in empatia con l’autore stesso (immaginando che sia accanto a noi mentre leggiamo il suo libro), ogni tentativo di comprensione fallisce miseramente, proprio perché, in realtà, non si tenta neppure di comprendere un testo ma solo di rispecchiarsi in esso per ricavarvi solo ciò che fa più comodo.

Scrittura e lettura sono come il giorno e la notte: non semplicemente un intreccio di contrari e neppure una forma di coesistenza sostanziale che riduca ad unum la diade. Non che la scrittura sia lettura. O che la lettura sia scrittura. Quando si scrive si scrive, non si legge. E quando si legge non si scrive, si legge.

Scrittura e lettura sono relazionate secondo finalità. Si scrive per essere letti e si legge per poter scrivere.

Dunque, se chi scrive lo fa con lo sguardo rivolto al proprio lettore, e questo dà lui quell’impulso fondamentale, quel senso, quell’energia che permetterà l’instaurarsi di una magia di connessione, non potrà dirsi indifferente il giudizio del lettore.

A questo punto sarebbe il caso di rileggere “La critica del giudizio” di Kant, un’opera indispensabile per ogni operatore del settore che intenda uscire dalla blanda soggettività per innalzarsi nello spazio plurale dell’oggettività. Opinare è blaterare. Non è così che si esercita un pensiero plurale. Giudicare è meditare. È scendere in profondità, prestare attenzione, esplorare persino l’inespresso pur di comprendere un testo. Chi legge veramente, e non semplicemente consulta, dedica tempo al libro che ha tra le mani, lo considera prezioso. Se lo studia. E questo studio si rivela essenziale per rielaborare la propria visione del mondo e imparare nuove cose. Altrimenti è solo perdita di tempo, vezzo illusorio che vanifica ogni impegno da parte dello scrittore.

A questo punto è possibile riannodare le fila del discorso: sono o non sono convenienti le recensioni negative?

Al di là della convenienza, la domanda è: sono o non sono utili le recensioni negative?

Dipende.

Ma intanto cos’è una recensione?

La recensione è una forma di commento a un testo, un giudizio valutativo e interpretativo espresso in forma discorsiva e argomentativa. ​​​​Il termine deriva dal verbo latino “rĕcensēre” (rĕcensĕo, rĕcenses, recensui, recensum, rĕcensēre) e significa “esaminare”, “passare in rassegna”, “riflettere”. Recensire significa esercitare un pensiero meditativo al fine di redigere un testo, non particolarmente lungo, che getti una luce sul testo in esame, con lo scopo di far sapere al lettore se valga davvero la pena di leggere quel libro (o di vedere quel film). Il recensore, dunque, è un elemento fondamentale del processo editoriale e assume un ruolo decisivo per invogliare qualcuno a leggere. E se leggere, come si è già detto, non è altro che il compimento di un processo che emana dalla scrittura, il recensore fa da trait d’union, da catalizzatore. E se il recensore dovesse fraintendere l’opera o essere superficiale o esprimere semplici pareri finirebbe per essere una zavorra insignificante.

Se uno scrittore mira a essere compreso e il primo a non comprendere è proprio il recensore si finisce per calare l’asso del grottesco. Ha una grande responsabilità, il recensore. Di solito è uno dei primi a leggere il testo… e quindi il suo giudizio può rivelarsi o molto utile o deleterio.

In particolare, il recensore chiarisce le ragioni di un titolo, il genere, il nucleo essenziale del testo, l’argomento principale; può spingersi anche a illustrare la suddivisione in capitoli, a sintetizzare il contenuto delle singole parti, permettendo di inquadrare l’intero impianto testuale. Ovviamente, il recensore deve fornire informazioni generali: chi ha pubblicato il libro, quando, chi è il curatore, l’illustratore, il traduttore… e chi è l’autore. Sempre sul piano descrittivo, è necessario fornire qualche ragguaglio su opere precedenti, sullo stile dell’autore, sul lessico utilizzato. Inoltre, bisogna focalizzare l’attenzione sulle modalità espressive del testo: com’è il libro da leggere? Facile, difficile, breve, lungo, dispersivo, complicato?

La soggettività del recensore deve restringersi ai minimi termini, evitare ogni opinione, positiva o negativa che sia, priva di fondamento. Se il libro in questione è noioso, va detto, ma bisogna far capire a chi legge la recensione in che senso e in che misura il libro è noioso. È divertente? Bene, ma bisogna individuale le parti in cui il testo è divertente. Presenta dei difetti? E sì, c’è forse un testo che non presenti difetti? Certo che ci sono difetti; e lo scrittore, prim’ancora che i suoi lettori, sarà ben contento di confrontarsi con il recensore sulla natura di questi difetti. Si tratterebbe di una critica costruttiva che lo scrittore saluterà con estrema gratitudine perché permetterà di perfezionarsi. Bisognerebbe genuflettersi al cospetto di chi suggerisce alternative al fine di indurci al miglioramento. D’altronde se non fosse possibile rilevare neppure un difetto, l’opera risulterebbe “arrogante”, “superba”, “antipatica”. Ma se il fine diventa quello di denigrare e svalorizzare il lavoro dello scrittore, e si ponessero in evidenza problematiche che non sono in realtà difetti ma nodi narrativi, non si riuscirebbe a far tesoro dell’analisi del recensore. Si creerebbero malumori e fraintendimenti, che non giovano a un rapporto armonioso e costruttivo.

Dunque, va benissimo una recensione negativa, ma ogni passaggio va ben argomentato, ogni punto debole del testo va accuratamente esaminato, mostrando di aver realmente preso a cuore il testo da recensire.

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