Come infondere odio con l’amore e altre realtà

I social sono un condensato di apparenza e ipocrisia e non è un caso che ricadano sotto la categoria di realtà virtuale; ci si può costruire un’identità su misura, si può far credere, postando foto ritoccate, di essere donne attraenti mentre si è delle bruttone senza tette e senza culo. Mi è capitato di chattare con delle top model per poi scoprire di essere al cospetto di derelitti in menopausa da trent’anni. Ho stretto amicizie con gente che si dichiarava di sinistra mentre praticava l’imbroglio e la discriminazione, con filosofi e poeti pronti a creare zizzanie con Messenger, come quell’inetto siculo che contattava diversi autori Pluriversum al solo scopo di generare discordie che tuttavia si sono, suo malgrado, ritorte contro. Perché si può infondere amore a go go e caldeggiare civiltà di pace a colpi di post, ma entro certi limiti… oltre i quali sgorga la contraddizione, cadono le maschere e la rabbia che si nutre nel proprio cuore malato si trasforma in un boomerang.

Tutto è possibile con Facebook, Twitter, Instagram, dicevo. Per non parlare dell’uso immorale che se ne fa: prima ti provocano con riferimenti marcatamente allusivi, ti inducono alla risposta e poi si salvano lo screen per raccogliere “elementi probatori” da esibire in fantasmagorici processi ove verrà fuori la sacrosanta Verità, la quale, guarda caso, sta sempre da un lato solo. D’altronde, la nostra non è l’era dell’armonia e della pluralità, non si percorrono le Vie dei canti ma le più accomodanti Vie legali, grazie all’ingolfamento di laureati in giurisprudenza sempre pronti a cogliere l’occasione per dimostrare le proprie doti. E per carità, fanno il loro mestiere. Ma gli altri, cazzo fanno? Fanno girare i coglioni! Sanno bene di aver teso una trappola, di aver giocato sporco, di approfittare del principio-impulso che è, in Verità, il principio di base degli algoritmi di Facebook.

Meglio abbandonare i social e rinchiudersi in casa leggendo i classici del passato? Meglio dedicarsi a faccende domestiche? Meglio coltivare amicizie reali e gettarsi on the road per respirare l’aria pura della concretezza? Ho i miei dubbi che questo permetterebbe di raggiungere una sia pur minima serenità; non c’era Facebook, 30 anni fa, ma dominava Tangentopoli, non c’era Twitter, 30 anni fa, ma dilagavano camorra e mafia, non c’era Instagram, 30 anni fa, ma imperversavano conflitti armati ovunque nel globo, non c’era YouTube, 30 anni fa, ed eravamo lo stesso infelici.

Adesso permettetemi di cambiare discorso… desidero rivolgere un encomio a Grace Pek e alla sua VGS LIBRI. Un encomio sincero, già espresso telefonicamente. La direttrice è un’ottima grafica, un’eccellente disegnatrice, con una spiccata capacità creativa e buon gusto, molto gentile e simpatica. Peccato non sia passata a salutarmi quand’è venuta a Ferrara. Questa cosa non riesco a mandarla giù. Ma vabbè, non è questo il punto…

Quando entra nel mondo dei libri una nuova casa editrice è sempre una festa. Non è vero infatti che si pubblica tanto e male e che per questo non sia necessario un editore in più; intanto non si pubblica tanto. È un concetto relativo, un numero per nulla alto, che andrebbe comunque comparato ai cumuli di spazzatura prodotti dall’industria alimentare, e mineraria, metallurgica, siderurgica, metalmeccanica, petrolchimica, cartaria, edile, manifatturiera, automobilistica, farmaceutica, tessile, chimica, elettronica, informatica… ce n’è per tutti i gusti consumistici. E perché solo il libro, fonte di conoscenza e di convivialità, rappresenterebbe un prodotto in eccesso? Chi dice che i libri sono troppi ha qualche neurone danneggiato – e sarebbe il caso che leggesse di più e mangiasse di meno!

No, quando si apre una Partita Iva nel settore editoriale si mostra di avere coraggio, e si deve apprezzare chi sceglie di destreggiarsi nell’asfittica burocrazia, nella fumosa contabilità, nelle problematiche inerenti la distribuzione, nella complessità, talvolta snervante, delle psicologie degli autori in erba.

Per questo intendo rivolgere un caloroso grazie a Grace; si tratterà di strappare mercato non tanto alle grandi case editrici ma alle piattaforme di self-publishing, quelle sì da biasimare, perché lasciano intendere che l’impresa editoriale possa compiersi nell’isolamento. E poi, l’on-demand è un’editoria a pagamento camuffata. Esiste un testo che non necessiti di editing? Esiste un editor che non si faccia pagare? Esiste, inoltre, un autore capace di impaginare da sé il testo e poi in grado di auto-promuoversi senza ricorrere ad agenzie editoriali? Certo che sì, ma l’eccezione non può giustificare la regola.

Nel 2018 sono stati pubblicati 51.397 e-book. Per il secondo anno consecutivo, si assiste a una riduzione del numero di titoli, dopo i circa 81 mila del 2016. Nel 2018 il calo è del -17,2%, che segue il -15,9% del 2017. Risulta rilevante il peso della produzione di e-book in self-publishing, visto che le prime venti piattaforme hanno proposto 11.698 titoli, pari al 22,8% della produzione complessiva. Cosa significa? Che la gente ha bisogno di toccare con mano il prodotto del proprio lavoro. Si può fare una presentazione con un e-book? Mah! Eppure, presentare il proprio libro è una delle esperienze più gratificanti per un autore.

Le case editrici a pagamento non sono di mio gradimento, ma ognuno è libero di fare impresa come meglio crede. Io continuo a sostenere che pagare per pubblicare è un obbrobrio. Ma non sbaglia chi offre pubblicazioni a pagamento – siamo nel libero mercato! – sbaglia chi si avvale dell’editoria a pagamento, chi pensa di sfuggire alla selezione, al giudizio eventualmente negativo di editori seri, come Pluriversum e come VGS LIBRI, che ovviamente per sopravvivere e pubblicare gratis devono prediligere autori caparbi, testi benfatti, convogliare energie e investimenti su presentazioni e, soprattutto, rischiare. Perché è sempre un terno al lotto pubblicare qualcuno, ma la sfida è proprio questa: minimizzare il rischio scovando autori validi.

Ma è proprio per questo che rivolgo un ultimo suggerimento alla mia cara amica Grace: non circondarti di gente meschina che, se ha dato problemi a Pluriversum, darà problemi anche a te; lascia fuori dalla tua bella realtà chi nutre rancore e non sa trovare pace in sé stesso. Non ti devono scegliere per ripicca ma perché sei brava. Condivido l’idea di pubblicare Mahmoud Suboh, una persona squisita, che ha tanto da insegnare a da dire. I suoi primi lavori, “Gente della Terra Santa” e “Il delirio dell’anima” sono ancora nel catalogo Pluriversum e si possono realizzare sinergie… Anche “Diario erotico” di Rosa Cozzi può riscuotere successo, perché l’autrice è una donna incantevole, che sa scrivere e sa parlare. Nonostante mi abbia tradito, giudico positivamente anche Laura Bottoni, indubbiamente brava nel fare gli editing e le correzioni di bozze. Ha letto tanto nella vita. Lo so. E ha una profonda sensibilità. Beniamino Malavasi è un considerevole recensore: sa cogliere l’essenza testi. Ed è pure un ottimo scrittore; d’altronde, il suo “Lucrezia Borgia”, presente nella collana Historicum di Pluriversum, è uno dei libri di punta del catalogo. Anche Rolando Cimicchi è un buon romanziere e un sagace comunicatore. Ci mette passione in quel che fa. Per quanto mi riguarda, è diviso in due: il Rolando ante-maggio 2017 e il Rolando post-maggio 2017. Il primo è un tesoro, il secondo un delirio. Sono abituato a una visione d’insieme, fortunatamente. Ma deve smetterla di esibire la sua coda di paglia ogniqualvolta si decida qualcosa. Se fosse vero che prelevare un’idea dal web costituisca reato, allora il titolo “Strade” dell’ultima silloge poetica di Horion Enky dovrebbe indurre l’ANAS e denunciarci per plagio. A ogni modo, “L’altro lato dello specchio” è di certo un buon titolo, ma scarsamente originale; molto simile a “L’altra faccia dello specchio”, di Konrad Lorenz. I titoli, del resto, li decide l’editore. E questo del libro di Horion Enky, pubblicato nel gennaio 2020, l’ha scelto la Redazione di Pluriversum perché c’è un racconto che parla di specchi, e non certo perché si sia voluto colpire qualcuno, come purtroppo si è insinuato, facendo inoltre passare il sottoscritto per un mostro. Io la chiamo concorrenza. E comunque, se VGS LIBRI intendesse pubblicare un libro con questo stesso titolo, lo faccia pure. Ci mancherebbe! Grace è libera di farlo. Anzi, sarebbe una suggestiva strategia di marketing. Magari, si scelga un sottotitolo diverso da “Racconti fantastici”. La copertina VGS, come rilevato dal Cimicchi, è più bella… più fine… sebbene io creda che i gusti siano e debbano restare soggettivi, che saranno i lettori a giudicare. Si può dire, lo si può riconoscere, che le copertine altrui sono più belle, ma è di pessimo gusto affermare che la propria copertina è più bella di un’altra. Ma ognuno fa con quel che ha.

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