Chi vuole la morte delle piccole e medie case editrici?

Un buon editore si segnala per la capacità di proporre pubblicazioni di qualità, non per la vastità del catalogo.

Partiamo da una premessa:

COSA SONO LE PMI?

Le piccole e medie imprese (o PMI) sono aziende le cui dimensioni rientrano entro certi limiti occupazionali e finanziari. È importante considerare che le piccole e medie imprese si comportano sovente in modo decisamente diverso da quelle di dimensioni maggiori, sia per la differente tipologia di organizzazione (talvolta sono gestite direttamente dal proprietario), sia per la limitata disponibilità di capitali e le conseguentemente peculiari politiche gestionali.

Ora poniamoci una seconda domanda preliminare: le case editrici sono imprese?

Risposta che non lascia alcun dubbio: le case editrici regolarmente istituite sono imprese iscritte alla Camera di Commercio.

E ancora: ne esistono di piccole, medie e grandi?

Certo, perché chiederlo? Una delle classificazioni più importanti utilizza il parametro dimensionale. Non è soltanto un criterio quantitativo, è il modo di gestire l’impresa che cambia: una piccola e media impresa funziona, ceteris paribus, secondo un meccanismo tutto suo. Non potendo far leva su imponenti volumi di capitali e risorse umane e su una rete consolidata di appoggi (si pensi, alla distribuzione, ai premi letterari, alle testate giornalistiche nazionali, alla televisione, alla politica), deve fare affidamento sulle proprie capacità creative, e non è facile, perché la creatività per sua natura presenta picchi e punti morti, non di meno in campo editoriale. Qui le PMI si ritrovano gettate in un’arena dominata da una doppia tipologia di avversari: da un lato, le grandi case, che impongono determinati standard e fagocitano l’attenzione generale attraverso campagne pubblicitarie pervasive e talvolta sbarrando la via a chi vorrebbe sbirciare oltre le tende (ha mai vinto una piccola casa editrice il premio Strega? E il Campiello? Il Bancarella?[1]); dall’altro, un esercito di micro-editori che giocano al ribasso, spalleggiati da opinionisti malefici, interessati al mantenimento dello status quo e di visioni del mondo editoriale congegnate ad hoc per assicurare privilegi a pochi operatori baciati dalla fortuna.

SONO UTILI LE PMI?

A differenza di quanto si sarebbe indotti a pensare, in Italia le PMI coprono l’80% dell’occupazione e, almeno tra il 2002 e il 2010, in UE hanno sostenuto il ruolo più importante nella crescita dell’occupazione in Europa. In altre parole, almeno considerando il mercato del lavoro, l’economia si regge sulle PMI. E l’editoria? Si regge sulla piccole e medie case editrici (o PMIE)? La risposta è . Il discorso è complesso… seguiteci.

PERCHÉ DOVREBBE ESSERCI QUALCUNO CHE AUSPICA LA MORTE DELLE PMI?

Le risposte più ovvie: per volontà di potenza; per disfattismo; per incoscienza; per insensibilità; per ingratitudine; per invidia; per servilismo. Fate voi, ad libitum.

Sì, non riconoscere il valore di una PMI, da tutti i punti di vista, non accorgersi dei mille problemi che affronta quotidianamente per il bene di tutti è riconducibile a un coacervo di sentimenti nichilistici e mefistofelici.

Dal momento che la malvagità, quando non è una predisposizione, è una patologia che deriva non solo da malfunzionamenti del cervello ma da un sostrato di ineffabili esperienze negative, non possiamo far altro che prenderne atto e sperare che la filosofia e la scienza medica trovino una cura (chi agendo nell’anima, chi nel corpo).

Intanto, senza voler rinvangare l’annosa questio Unde malum, si potrebbe terra terra supporre che vi sia dietro un morboso interesse economico. E non è da escludere (come vedremo, se avrete pazienza di leggere fino in fondo) che il virus sia di natura endogena.

LIBERTÀ DI MERCATO

Le case editrici, si diceva, sono imprese; la maggior parte delle quali sono PMI. Se ne contano circa 4.000; alcune fanno pagare la pubblicazione esigendo l’acquisto di un tot numero di copie; altre richiedono un numero minimo di prenotazioni; altre ancora sono low cost; altre vendono prevalentemente online, chi soltanto ebook, chi prevalentemente ebook; alcune hanno proprie piattaforme e-commerce, altre proprie strategie di marketing; e altre sono semplici stamperie che, ogni tanto pubblicano; poi ci sono le case editrici free. Ognuna si caratterizza per un suo modo di vedere il mondo… per un suo modo di esercitare l’impresa, compatibilmente alle disposizione di legge in materia tributaria e commerciale.

Facciamo un passo indietro. Come operano le imprese in un regime di libertà di mercato ? Come lavorano? Come sono organizzate? Sono forse per legge tenute a svolgere l’attività secondo un qualche modello formulato da sapienti massoni? Sono costrette a vendere nei modi e nelle quantità pianificate al Cremlino per compiacere qualcuno, oppure possono liberamente offrire la combinazione più vantaggiosa di prodotti e servizi, nel quadro dell’attività prevalente prescelta in sede di apertura della partita Iva? Si è incanalati in un ideale di impresa o è sufficiente attenersi alle disposizioni di legge e rispettare le regole del mercato, dando libero sfogo alla creatività?

Risposta evidente, alla luce non tanto della libertà che pure, a leggere la Costituzione, è ben che garantita, ma per il fatto di rimpinguare l’Erario con non pochi soldini (la pressione fiscale, in Italia, si attesta intorno al 43% del Pil, mentre i Paesi Ocse registrano una tassazione media del 34%); se non si ricevesse nulla in cambio e non fosse possibile sfruttare quelle libertà, avremmo abbondante materiale per comporre una tragedia. Al di là dei proclami lanciati di tanto in tanto per sollecitare lo sviluppo, lo Stato è chiamato effettivamente a proteggere la capacità di innovazione, ricerca e flessibilità delle imprese, in particolar modo delle piccole e medie imprese, che su queste componenti fondano la propria speranza di vita.

Ora, le PMI non possono minimamente competere con le grandi e devono, in qualche modo, reinventarsi quotidianamente, non a caso ma sulla base di una mission, di una politica/filosofia aziendale (mai comunque perentoria, ciò che costituirebbe un fardello più che un riferimento), e a mezzo di uno storytelling congegnato ad hoc, ritagliarsi uno spazio di operatività, rivolgendosi a una nicchia di clienti o puntare a un target più ampio, magari specializzandosi in un settore senza trascurare le potenzialità di sbocchi alternativi, offrendo ciò che i grandi non offrono, nella consapevolezza che, soprattutto all’inizio, occorre fronteggiare una concorrenza agguerrita (in un campo di battaglia che spesso assume le connotazioni di una vera e propria guerra tra i poveri).

Immaginate voi cosa possa significare, in quest’ordine di idee, prestabilire un criterio ideale di gestione, un vincolo di operatività, un parametro cui attenersi, l’adeguamento a una prassi consolidata, pena la perdita di credibilità… Riuscite a immaginare, vero? quali deleterie ripercussioni per l’intera economia nazionale sia la privazione delle sole risorse cui fare affidamento: la creatività e la diversificazione. Insomma, non è solo irragionevole pensare che una PMI debba attenersi a un modello prefissato dall’alto. Si tratta di puro e semplice delirio.

CHI NON PUBBLICANO LE GRANDI CASE?

Ebbene, se le «grandi firme» sono attratte dalle major, sulla tavola letteraria non restano che briciole… La PMI non può che indirizzarsi su «firme di secondo piano». Ma dovrà farlo con entusiasmo, non con disperazione!

L’espressione “autori esordienti” designa colui che non ha mai pubblicato. Ma se avesse pubblicato on-demand attraverso piattaforme self-publishing, e non vi fosse alcun criterio di validazione qualitativa, non sgorgherebbe dal limbo. In effetti, si sta facendo largo l’idea che sia definibile “esordiente” qualsiasi autore che non abbia saputo o potuto pubblicare con una major.

E qui casca l’asino.

Premesso che una casa editrice non può fare a meno di autori, diventa fondamentale l’attività di scouting, nonché la capacità di attrarre attenzioni da più parti. Non si tratta di ingaggiare una lotta senza quartiere per accaparrarsi l’autore meno esperto, ma di proporre un mix di prodotti e servizi vincente, puntando a vendere centinaia se non migliaia di copie.

LO SCOUTING

Un editore che non svolga attività di scouting è destinato a estinguersi; non si può attendere la manna dal Cielo. Prima di tutto, quindi assidua ricerca di talenti. E chi sono i talenti? Chi sono le “buone penne”? Come distinguere, in una babele di scriventi che dicono tutti la stessa cosa?

Si parla in genre di “buoni autori”? E chi sono? Sono quelli che, in un modo o nell’altro, godono di buona reputazione, che hanno un buon curriculum letterario e sono largamente apprezzati dalla comunità?

Non è certo possibile incidere sulle qualità delle persone, anche se alcune imprese pubblicitarie riescono a creare dal nulla dei veri e propri fenomeni… ma questo, appunto, non è compito degli editori, che dovrebbero limitarsi a operare delle selezioni. Può capitare, tuttavia, che i conclamati buoni autori, pur essendo pezzi grossi, non siano in possesso di buoni testi. Si pensi ai calciatori. Son certamente buoni autori… per le giocate in campo. Non ricorre rapporto biunivoco tra buon autore e buon testo. E allora al buon autore occorre fare un buon libro…

Addirittura? ma non è immorale? Chissà… comunque, al di là della fantapolitica ghost writing, oltre lo scouting e indipendentemente dallo scouting, una casa editrice deve possedere una redazione che opererà, a seconda dei casi, per fare, migliorare o solo affinare un testo, affinché il buon autore, dal calciatore a quello più collaudato, sia efficacemente supportato.

L’EDITING MIGLIORATIVO

Esistono opere che non necessitano di miglioramenti? Intanto, c’è forse qualche autore che non sia convinto di aver prodotto il capolavoro della letteratura mondiale? Al di là dell’umiltà, che dovrebbe contraddistinguere chiunque, è difficile pensare che un autore scriva un libro ritenendolo incompiuto. Se lo ritenesse tale, a rigore, non dovrebbe neppure presentarlo. Ma dal punto di vista di chi lo legge, di chi è chiamato a esprimere un giudizio, il discorso cambia.

Quale materia prima è già pronta per l’uso? Quale metallo, quale sostanza? Anche uno stupendo alberello di limone, che si staglia in un orto rigoglioso, non avrebbe alcun valore se non fosse coltivato, se non godesse di un qualche processo lavorativo, se non intervenisse la mano dell’uomo, se non vi fosse nessuno a prendersi cura della sua crescita, che infine si preoccupi di cogliere i frutti recidendoli dai rami. Che poi non poche volte la mano dell’uomo invece che migliorare e valorizzare, peggiora e snatura… beh, se ne riparlerà in altra sede; ma ciò che si presenta come dono naturale richiede sempre la messa in opera di un lavoro. Ecco come il limone giunge nei banchi di un mercato rionale per essere acquistato dalla massaia che poi lo fa gustare ai familiari a colpi di spruzzate sull’insalata.

UN LIBRO NON È IL TESTO ORIGINARIO

Qui non si tratta di sostituirsi all’autore. La qualità dell’intervento redazionale si misura sulla capacità di adeguare la forma, senza modificarne la sostanza. Significa liberare lo spirito dei testi originari in conformità allo stile dell’autore, scavare dove l’autore si è fermato, accompagnarlo nei meandri in cui non si è incamminato. L’editing è un lavoro artigianale sofisticato, che richiede esperienza e professionalità. Non basta correggere il testo da un punto di vista ortografica, rimuovere i refusi e gli anacoluti. È necessario un intervento più incisivo, una sorta di verifica complessiva, condotta dall’alto di una lettura neutrale. Spremitura ma anche ampliamento: si toglie, si aggiunge, ma la materia che si manipola, il senso della storia, i dialoghi, il lessico e i concetti dovranno permanere integri e anzi affiorare in tutto il loro splendore.

Al di là delle eccezioni che ovviamente potrebbero ricorrere, è bene che un editore non si culli sugli allori, e non vagheggi. È bene che si dia da fare: trovare autori, prima di tutto, migliorarne i testi, in secondo luogo e necessariamente, a mezzo di un contratto che lo preveda esplicitamente, e infine promuoverli al pubblico dei lettori.

COME COMMERCIALIZZARE?

Forse attraverso una campagna promozionale di marketing basata sulla falsificazione e sul vanto? O esibendo realmente un prodotto di qualità? E chi decide, poi, se sia veramente di qualità? Forse, i concorrenti?

COSA SIGNIFICA PUBBLICARE?

Facciamo un passo indietro. Gli opinionisti noeap sostengono che una casa editrice sia deputata a “pubblicare”. Chapeau! Ma è proprio il concetto di pubblicazione, nelle sue diverse accezioni, la fonte primaria delle diatribe. Spesso non si fa riferimento a quell’insieme articolato di azioni (fasi redazionali) finalizzato a ottenere un buon libro a partire da un testo originario, ma a una sorta di  spostamento di un testo da un luogo all’altro, dal computer dell’autore agli scaffali di una libreria, quindi a una mediazione tra autori (che scrivono) e tipografie (che stampano). In tal caso l’editore è visto come una specie di procacciatore d’affari, per cui (senza l’allestimento di una redazione) non deve far altro che promuovere promuovere e promuovere. Secondo questo ideale preconcetto, basterebbe avere a disposizione un team di talent scout per la ricerca di polli da spennare e di un Ufficio Stampa che si sbatti giorno e notte per portare l’autore al successo e brindare con l’editore concorrente in agguato.

Torniamo malinconicamente al punto di partenza: editoria secondo modello massonico o impresa operante in economia di mercato?

Che impresa è quella costretta a seguire la massa per non perdere credibilità? Che razza di editoria è quella che si limita a commerciare, senza fornire alcun tipo di consulenza, di orientamento, nessuna forma di intervento migliorativo dei testi?

Possibile che debba farla franca il monismo di chi vorrebbe uccidere l’impresa? Si afferma: l’editoria non è impresa artigianale (perché, si ritiene, non crea con le proprie mani il prodotto) e non è neppure impresa industriale (giacché, si è convinti, non trasforma nel senso fisico una materia in prodotto). Neti Neti. Dunque cos’è? Mediazione? Secondo il diritto commerciale la mediazione ricade nell’ambito dei contratti di agenzia… Attività noprofit? Beh, tanto rumore per nulla?

Cosa fa un editore: pubblica. Si era detto. E cosa significa pubblicare? Significa inondare il mercato con titoli di qualità attraverso un’efficace attività di scouting e un servizio redazionale impeccabile, significa disporre di un Ufficio Stampa, un reparto Marketing e una serie di promoter all’altezza. Una casa editrice in forma di impresa non può far a meno di una struttura organizzativa, sebbene di piccole dimensioni. O, per meglio dire, in nome della libertà di mercato e di iniziativa economica, si può far a meno di tutto; ma è appunto sul modo di giocarsi le carte a disposizione che si misura la qualità dell’impresa.

L’EDITORE SCADENTE

Se l’editore non fosse in grado di apportare alcun miglioramento al testo originario e non riuscisse a promuovere efficacemente l’opera, rimarrebbe sul piano del dilettantismo. Solo attraverso la specificità del proprio apporto redazionale e attraverso la messa in opera di strategie promozionali, un editore è in grado di farsi valere sul mercato e amare dagli autori. Se fosse obbligato a seguire il balordo principio secondo cui “l’autore scrive, l’editore pubblica, punto”, sarebbe perduto.

Certo, l’impresa editoriale non esisterebbe se non vi fosse alcun autore desideroso di pubblicare un libro (l’editoria moderna nasce e si sviluppa sulla base di questo proponimento: consentire a chi scrive di comunicare le proprie idee su larga scala a mezzo libro). Ma viene prima l’uovo o la gallina?

Si potrebbe eludere il paradosso citando il self-publishing… ma attenzione… ragazzi. Anche optando per il self-publishing si richiede un servizio di pubblicazione a un’impresa: quella che mette l’autore in condizione di auto-pubblicarsi. Senza la piattaforma online on-demand, ancora una volta, per l’autore in erba, non vi sarebbe alcuna possibilità di coronare il suo sogno.

Senza testi scritti da autori non ci sono editori, senza editori non ci sono libri per gli autori. Senza libri non ci sarebbero lettori. E senza lettori non ci sarebbero editori. 

Uhm… gli editori dipendono sia dagli scrittori che dai lettori. Altro che paradosso… qui la situazione si complica…

IL RUOLO DEI LETTORI*

Secondo tutte le statistiche, i lettori in Italia vanno scemando. Nel 2015 erano il 42% della popolazione; nel 2016 sono scesi al 40,5%. 23 milioni di persone dichiarano di aver letto almeno un libro in 12 mesi per motivi non strettamente scolastici o professionali. E sono le donne ad avere maggiore propensione alla lettura già a partire dai 6 anni di età: complessivamente il 47,1%, contro il 33,5% dei uomini, ha letto almeno un libro nel corso dell’anno. A leggere di più sono i giovani tra gli 11 e i 14 anni (51,1%) rispetto a tutte le altre classi di età. Siam messi così, secondo l’Istat. Resistono inoltre i lettori cosiddetti forti (almeno 12 libri letti in un anno), quota 14,1%, mentre resta costante da almeno 20 anni che 1 famiglia su 10 famiglia su dieci non ha alcun libro in casa.

Sul fronte editoria, il settore come è noto è composto prevalentemente da operatori di piccole e piccolissime dimensioni. Gli editori che pubblicano non più di 50 titoli all’anno rappresentano infatti nel 2016 oltre l’86% del numero totale di editori attivi: di questi oltre la metà (54,8%) sono piccoli editori, i quali pubblicano non più di 10 titoli all’anno mentre quasi un terzo (31,6%) sono editori di media dimensione (da 11 a 50 opere).

I grandi editori, ossia quelli che hanno una produzione libraria superiore alle 50 opere annue, pur rappresentando solo il 13,6% degli operatori attivi nel settore coprono più di tre quarti (76,1%) della produzione in termini di titoli e quasi l’86% della tiratura, un’offerta quasi 14 volte superiore a quella dei piccoli editori per titoli proposti e 31 volte maggiore in termini di copie stampate.

Nell’opinione degli editori, si legge nel report, i principali fattori che determinano la modesta propensione alla lettura in Italia sono il basso livello culturale della popolazione (39,7% delle risposte) e la mancanza di efficaci politiche scolastiche di educazione alla lettura (37,7%).

Ma è proprio così? Magari il discorso è valido per la grande editoria, ma con riguardo ai libri messi in commercio dai piccoli e medi editori, la questione mette in campo la scarsa qualità dei testi, incapaci, evidentemente, di attrarre l’attenzione di lettori che non traggono sufficienti ragioni per evitare un best-seller della Mondadori e comprare quello sconosciuto di un esordiente, quando addirittura non preferiscano girovagare in internet e smanettare su Facebook, alla faccia di grandi e piccoli.

Intanto continua a crescere il mercato digitale: più di un libro su tre (circa 22 mila titoli) è ormai disponibile anche in formato e-book, quota che sale al 53,3% per i libri scolastici. Nel 2016, circa 4,2 milioni di persone hanno letto e-book (7,3% della popolazione di 6 anni e più). Se si aggiungono anche coloro che hanno scaricato libri online il numero sale a 6,3 milioni ossia l’11,1% della popolazione di 6 anni e più, in decisa crescita rispetto all’8,2% del 2015.

* Fonte: http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/2017/12/27

LA COLLABORAZIONE TRA EDITORE E AUTORI

Per far sì che i lettori ripongano maggior fiducia nei libri, occorre puntare sulla qualità e sulla promozione. Se i grandi pubblicizzano determinati modelli culturali, ovvio che i piccoli e medi ne risentano, costretti a uniformarsi a quegli standard (tipo, il giallo, il rosa, il nero…). Se, inoltre, la piccola editoria rinunciasse a ogni attività pubblicitaria, ritenuta sconveniente, sarebbe impossibile uscire dall’impasse. Ma se la piccola editoria, facendo orecchio di mercante, si sbizzarrisse a porre in commercio libri senza qualità… saremmo davvero alla frutta.

…Saremmo?

Occorrerebbe prendere coscienza della situazione, senza se e senza ma. E senza perdere tempo. Editori e autori sono chiamati a collaborare strenuamente per innalzare la qualità dei libri. Se non se ne preoccupano loro, chi dovrebbe farlo?

Vediamo, anzitutto, le responsabilità dell’autore: in primo luogo, scrivere un buon libro. Come? Ne parleremo in una prossima vita. In secondo luogo, assicurarsi che il testo passi sotto la lente d’ingrandimento di una competente Redazione; inoltre, che sia curato in ogni dettaglio e messo efficacemente in commercio. In una parola: accertarsi che il libro non sia solo apparentemente pubblicato. Come può farlo? Affidandosi a un editore che garantisca una reale pubblicazione.

GLI AUTORI DEVONO IMPARARE A SCEGLIERE E A FAR VALERE I LORO DIRITTI

Esistono, e non sono poche, compagini aziendali che non effettuano nessun editing, limitandosi a una correzione sommaria, a un’impaginazione grossolana, con una grafica ridotta all’osso. Nei casi più gravi: poche copie stampate, contratti quinquennali, con clausola di prelazione, e nulli (non prevedono, per esempio, la tiratura iniziale), nessuna efficace promozione e scarsissima distribuzione.

Come in tutte le cose… ci sono imprese che fanno bene il loro lavoro e altri avventurieri che inseguono il guadagno facile. E voi pensate che gli autori sappiano scegliere? Sappiano capirlo? No, purtroppo, no!

VANNO DI MODA LE CASE EDITRICI FREE, a tal punto che o ti dichiari free o muori…

Cosa fanno, in sostanza gli operatori del free? Giocano sulla quantità! E perciò al ribasso. E in effetti andate a consultare la pagina del catalogo nei siti web che espongono il tanto amato GRATIS, invero specchietto per le allodole e per i sempliciotti! Troverete di tutto e di più.

CONSIDERANDO LA POCHEZZA PUBBLICATA, OCCORREREBBE ESSERE SOTTO EFFETTO DI STUPEFACENTI PER CREDERE CHE NON VI SIA STATO ACQUISTO SUBDOLO DI COPIE.

Costrette a ridurre i carichi di lavoro e i costi, le mitiche free non possono neppure obbligarsi tanto… e propongono un baratto apparentemente vantaggioso per l’autore: dammi il testo, firmami il contratto… e sarai pubblicato online!

GRATIS! CHE BELLO!

Ammettiamo pure che gli autori non sborsino un centesimo. Che sia vero… tutto vero… Hanno ceduto un testo… anche questo è vero. Hanno firmato un contratto. Ma questo assicura forse che si sia in presenza di uno scambio equo? Come andare a un centro commerciale senza spendere alcunché. Quale sarebbe la differenza? Cosa ci si porta a casa in entrambi i casi? Il solito carrello pieno di cianfrusaglie? Un editing benfatto?

Se il contratto prevedesse una specifica consulenza per servizi editoriali, e si pagassero, con l’Iva al 22%, tutte le prestazioni funzionali alla pubblicazione di un libro (compresa grafica e promozione), sarebbe possibile perlomeno avanzare il diritto a risolvere il contratto in caso di inadempimento. Ma senza uno specifico accordo e senza pagare, si rimane sul piano della pura fiducia e della casualità. Non c’è compravendita. Non c’è rapporto obbligatorio. Non c’è, volendo esagerare con le parole, SINALLAGMA. Ci si obbliga a pubblicare, questo sì, ma nei modi, nei tempi e nelle forme decise dall’editore.

L’editing free, inoltre, non avviene in forma di consulenza, e l’autore non può sindacare in alcun modo le modifiche apportate dai fantomatici editor.

L’EDITORE FREE BADA A CONTENERE I COSTI E MIRA, FINO A PROVA CONTRARIA, A PIAZZARE UN LIVELLO MINIMO DI COPIE IN UN PAIO DI PRESENTAZIONI (ORGANIZZATE DALL’AUTORE). SONO I CONTRATTI STESSI A LASCIARLO SUPPORRE E I FATTI A TESTIMONIARLO.

Ovviamente, non si può generalizzare. Ma la tendenza a illudere gli autori attraverso la dicitura GRATIS è una prassi largamente diffusa.

Ma se l’editoria, come andiamo dicendo, deve garantire la qualità di ciò che porta nel mercato dei libri, deve intanto resistere alla tentazione di lasciar passare tutto così come gli perviene; soprattutto deve impegnarsi strenuamente nel processo redazionale e gettarsi a capofitto nella promozione.

Adesso, è inutile arrampicarsi sugli specchi e farsi in quattro per smantellare e screditare la filosofia di chi non la pensi come la massa. Tutto per imporre il proprio punto di vista? Ma su!

«Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace. Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà» (O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente).

UN TESTO CONFEZIONATO AD ARTE

Il testo “perfezionato” e “confezionato” ad arte dall’editore serio e professionale acquisisce un surplus, un di più da tener conto. Se si accettasse l’ipotesi della superiorità incondizionata del grezzo, sul falso mito dell’intoccabilità e dell’idea che il vero e unico talento da celebrare è sempre e solo l’autore, il quale, poverino! ha trascorso le sue giornate a scrivere, se si afferma che il testo come spedito alla redazione costituisca il sostrato immutabile e divino, mentre il suo assestamento redazionale solo un “accidente”, che in fin dei conti sarebbe meglio evitare, si ricadrebbe paradossalmente nell’ottica di un sistema di editoria farlocco: pubblicare equivarrebbe a una serie di blandi click per impaginare il testo, servirsi del correttore automatico di Word Office per impostarlo e inviare il file alla tipografia dopo il Visto di stampa dell’autore affamato di carta. Peccato, però, che il più delle volte, l’editoria free, questa carta la fa toccare raramente…

Se si ragionasse in termini di qualità si smetterebbe di imporre il proprio punto di vista: si diffonderebbe un sistema concorrenziale che premia il libro migliore, per cui non vale CHI ma COSA si pubblica.

UN BUON LIBRO

Il presupposto che venga parimenti riconosciuto il lavoro dell’editore va a braccetto con il dovere di contribuire a realizzare un buon libro (il che non dipende solo dall’editing). Editore e autore, ognuno nel proprio ambito, cooperano allo scopo di immettere titoli di qualità nel mercato dei libri. Una sintesi perfetta di intenti, e riconoscimento del lavoro di tutti come fondamento di condivisione e rispetto.

In mancanza, rimarrebbe compromessa la stessa relazione contrattuale, all’ombra di un’indebita disparità di trattamento ai limiti della legalità. Si potrebbe persino configurare un reato di sfruttamento dell’editore costretto, dalle prassi in voga, a farsi carico del progetto in quanto che, se chiedesse riconoscimento, verrebbe infamato e relegato ai margini.

Il sistema di pubblicazioni free esibisce invece il marchio “gratis”, di cui si vanta, facendo credere di non “sfruttare” quell’autore chissà come selezionato nella giungla degli scribacchini.

Si verifica una sorta di autolesionismo, di appiattimento e degrado, si calpesta la dignità lavorativa, dando l’impressione di non dare importanza al lavoro, anzi dichiarando indirettamente di non volersi impegnare in alcun lavoro.

L’autore che benefici di migliorie dovrebbe baciarsi i gomiti, invece che innalzare il vessillo del talento: quando il testo sarà messo in commercio nessuno saprà discernere l’entità dell’intervento redazionale, nessuno sarà in grado di distinguere il grezzo dal finale; si sarà persino tentati di pensare che non vi siano state modifiche. E come mai? Forse perché l’editore è condannato a rimanere ai margini?

In ogni caso è giusto che sia così, l’editore deve rimanere ai margini, limitarsi a un controllo di qualità, a rendere il testo appetibile da un punto di vista contenutistico ed estetico. Deve curare in ogni minimo dettaglio il prodotto, con lo scopo di migliorare l’opera dell’autore e non millantare creazioni proprie. Se sa farlo riuscirà a conquistarsi gradualmente la fiducia dei lettori prima che degli autori, poiché È IL PUBBLICO DEI LETTORI A DECRETARE IL SUCCESSO, SONO GLI ANALISTI, I CRITICI E I FOLLOWER AD AVERE L’ULTIMA PAROLA SE SIA STATO FATTO UN BUON LAVORO OPPURE NO.

BENEFICI IN VISTA PER L’AUTORE

In un modo o nell’altro, l’autore beneficia di tutto il processo di pubblicazione e trae grossi vantaggi in fase promozionale. Riceve per lo più una royalty, ma riceve anche apprezzamenti per aver scritto un bel libro (accrescendo la sua immagine di scrittore).

Non vorrebbe riconoscere all’editore alcunché? Né un compenso né soddisfazioni?

Ritenere che il guadagno dell’editore debba limitarsi a un 10/20 per cento del prezzo di copertina, sbattendosi finché non si venda un certo quantitativo di libri, è ridicolo. Non paga. Non ripaga. Non converrebbe. Nessuno si cimenterebbe in un’impresa così complicata. Meglio un’impresa di pulizia.

Non sarebbe più giusto riconoscere e ricompensare direttamente e anticipatamente l’intervento redazionale dell’editore, come servizio a sé stante, certo funzionale alla pubblicazione di un buon libro, ma pur sempre un servizio imprescindibile, senza il quale – lo ripetiamo per l’ennesima volta – non c’è buona editoria?

E perché un’impresa che lavori sodo, che ci tenga ai suoi libri e ai suoi autori, debba essere diffamata, mentre chi non lavora per nulla riesce a godere di alta credibilità nel mercato dei libri?

Perché riscontra consensi quel meschino stratagemma di accalappiamento che consiste nel dichiararsi free? È risaputo: chi dona è un dio, chi vende è il demonio!

Una donna entrò dal macellaio e chiese quanto venivano le costolette di vitello.
Il negoziante disse: “Sedici euro al chilo”.
La donna sbalordita ribatté: “Cosa? Le posso prendere a dodici qui di fronte”.
E il negoziante: “Allora perché non ci va?”.
“Le hanno finite.”
Il macellaio rispose: “Oh, ma quando le finiamo, noi le mettiamo a dieci”.

Questa storiella per dire che è facile vendere a poco prezzo o a nessun prezzo quello che non si ha. Facile per alcune case editrici dichiararsi free quando in realtà non hanno nulla da dare e nulla da dire. Un sommario editing per la rimozione di semplici refusi, un’impaginazione in word e una copertina con immagine tratte dal web sono operazioni alla portata di tutti, ed effettivamente non si è in presenza di una prestazione di servizi che giustifichi un compenso.

Ma se a lavorare sui testi si sta per diverse settimane e anche per mesi, e si offre all’autore una vera e propria consulenza se non addirittura una scuola di scrittura, e si elaborano ottime copertine, con impaginazioni impeccabili e un’efficace post-produzione, il discorso ovviamente cambia.

IL DILAGARE DI AGENZIE EDITORIALI IN NERO

Chi si dichiara paladino del noeap o è un balordo, o è in malafede, come tanti furfantelli che gestiscono agenzie editoriali in nero. Vorrebbero naturalmente accaparrarsi i clienti, sostenendo che sono le agenzie a doversi far carico di quell’imprescindibile supporto redazionale. Pura idiozia. Un’agenzia opera indipendentemente dalla pubblicazione. Ci si avvale di un’agenzia editoriale (purché regolarmente istituita) per migliorare il proprio testo al fine di renderlo più appetibile per un editore. Ovvio che un editore sarebbe più disponibile a pubblicare un libro pervenuto attraverso l’intercessione di un’agenzia editoriale. Ma non è detto che il lavoro di editing faccia al caso suo. Comunque, ci si verrebbe incontro. Ma se il testo pervenisse ex novo all’editore, o se l’editore stesso fosse andato alla ricerca dell’autore, non si dovrebbe esitare un minimo: il testo viene trasferito al reparto Redazione, e si dà avvio alle lunghe e articolate fasi di pubblicazione, così come enunciato in precedenza.

Chi opera professionalmente in campo editoriale, al di fuori di una casa editrice, quale editor freelance, agente letterario e figure simili dovrebbe assolutamente smetterla di imporre il suo modo di vedere agli editori, i quali hanno il sacrosanto diritto di gestire la propria attività come meglio credono.

Creare un clima di caccia alle streghe nei confronti di chi presenti il conto delle consulenze editoriali ad autori che son ben contenti di pagare, non è solo meschino. È barbarie.

E torniamo al punto d’inizio: una PMI per poter fronteggiare la concorrenza deve: 1. offrire il miglior prodotto. E qual è il miglior prodotto? Quello che ha subito il più idoneo processo redazionale, come premessa per una efficace promozione finale.

Ma una PMI potrà sgominare la concorrenza anche puntando su un altro obiettivo: 2. soddisfare i bisogni dei clienti. Se per clienti s’intendano i lettori, allora torniamo al punto 1.

AUTORI E CLIENTI

Se per clienti intendiamo gli autori stessi, occorre chiedersi quali siano le richieste che di solito pongono gli autori. Quali siano i loro bisogni. Difficile credere che gli autori non ambiscano a una pubblicazione soddisfacente, sotto tutti i profili (redazionali e promozionali). Difficile credere che non richiedano alla casa editrice un qualche intervento di miglioramento dei testi e un orientamento in fase promozionale. Ed è anche difficile credere che non siano disposti a contribuire anche economicamente affinché ciò avvenga. Ci si chiede: se si sapesse a priori che la materia prima non subisse pressoché alcuna cura e fosse commercializzata secondo meri  criteri quantitativi, si opterebbe per un’impresa che sventoli dappertutto il gratis?

Un editore che non garantisse alcun servizio sarebbe un dilettante della quantità. Il responsabile di un eccesso di pubblicazioni e di un caos di idee che solo un folle accoglierebbe come democratico.

Se invece si dannasse l’anima per pubblicare un libro di qualità, secondi i crismi della buona editoria, si troverebbe a gestire il problema dei costi di produzione. E insorge la domanda delle domande: è giusto chiedere direttamente agli autori un contributo? Sì, la risposa è sì. In che misura? Dipende.

Intanto, gli autori che pagano, come suddetto, devono ricevere per forza una specifica prestazione, come sancito contrattualmente. Quelli che non pagano, che hanno fornito il testo e basta, non possono aspettarsi una contro-prestazione obbligatoria. Un dato non da poco, che i sostenitori del free sottovalutano.

E qui s’innesca la differenza sostanziale tra EAP (che non garantisce, parimenti al free, alcuna prestazione di miglioramento dei testi, poiché vende copie e la pubblicazione stessa, non servizi editoriali) e editore, che, non potendosi definire free, si avvale di una modalità alternativa di pubblicazione. Si rivolge agli autori dicendo loro: volete un buon libro? Pagate i servizi editoriali. Sono questi ciò di cui avete bisogno, o no? Come dite? Non volete pagare i servizi editoriali? Siete in condizione di ristrettezza economica? Nessun problema. Non siamo una banca, non rilasciamo prestiti. Allora facciamo quattro calcoli e… un sacrificio. Lo faremo insieme. Dal momento che un’impresa, però, non è un ente di beneficenza, non è possibile sostenere a lungo l’autore indigente per pura filantropia. Qualche volta è giusto donare… ma non può divenire la regola. Peraltro, susciterebbe più che semplici sospetti un’attività di pura liberalità… (perlomeno un bel discutere negli uffici della temibile Agenzia delle Entrate!). A ogni modo, non si può prescindere dallimpegno dellautore stesso.

UN PIANO EDITORIALE

Sarebbe opportuno che l’autore stesso redigesse un Piano editoriale, a mo’ di business plan… Se i calcoli, e cioè le analisi complessive di valutazione progetto, consentono di prevedere un ritorno economico o, perlomeno, la copertura delle spese – nel caso s’intenda lavorare per la gloria – che non dipende dalla sola notorietà dell’autore ma anche dall’impegno che qualsiasi autore sin dall’inizio mostri di voler profondere, oltre che da un insieme di variabili stocastiche, allora sì, si potranno anticipare con una certa serenità tutte le spese necessarie a coprire i costi per imprescindibili servizi editoriali. Altrimenti, no. Non sarebbe giusto “pubblicarlo”. Più giusto che resti un sogno nel cassetto dell’autore, il quale, tuttavia, prima o poi, non sapendo che pesci pigliare, si lascerà ingannare dal free credendo di aver trovato qualcuno che “crede nel suo libro”. Invece, mai e, ripetiamo con forza, MAI ILLUDERE gli autori di pubblicare un libro senza in effetti pubblicarlo, senza apportare alcun miglioramento e senza confezionare un buon prodotto.

Mai, perché una buona casa editrice, ricordatelo, si segnala per la capacità di proporre pubblicazioni di qualità, non per la quantità di libri che ha nel catalogo. D’altronde, la stessa promozione è strettamente legata alla qualità del libro prodotto. Se il libro non vale alcunché, sarà improbabile che trionfi in un qualche premio letterario, che sia oggetto di considerazione dai livelli alti dell’editoria nazionale, che sia, in fondo, anche oggetto di soddisfazione per l’autore il quale, ritrovandosi tra le mai un buon libro, si dà fiducia e si dà da fare per promuoverlo, sempre ovviamente, sotto la guida e con la collaborazione dell’editore.

LA PROMOZIONE: CHE SARÀ MAI QUESTO OPTIONAL!

Un editore che non promuove, che non dedica energie per scovare vie di pubblicità e di distribuzione, che non sia in grado di valorizzare quel benedetto libro, a prescindere dall’autorevolezza dell’autore, ancora una volta è manchevole. È necessario che contribuisca sagacemente nella promozione. E torniamo al discorso precedente: è giusto assicurarsi buoni autori, ma se il buon autore non ricevesse un valido surplus in fase post-produttiva da parte dell’editore, finirebbe per credere di essersi affidato a un editore solo per l’aspetto puramente redazionale. Necessario, questo, ma non sufficiente.

Insomma, un editore apporta tutta una serie di vantaggi, fornisce tutta una serie di servizi. È in grado di valorizzare sia il testo che l’autore. E gli autori dovrebbero scegliere in base a quest’ultimo criterio. Il discrimine è: lavora sodo l’editore? Se sì, non esitate un attimo. È l’editore che fa per voi…

Il free, invece, è in grado di garantirvi tutto ciò? Cosa sottoscrivete nei contratti?

Un editore a pagamento è in grado di garantirvi tutto ciò?

Il self-publishing vi aggrada, è in grado di assicurarvi successo, guadagni e soddisfazioni?

Cosa desiderate realmente? Provare per un giorno l’ebrezza di una pubblicazione o provare a giocarvela fino in fondo, e, una volta divenuti “firme appetibili”, uscire dal limbo degli esordienti e salire sul Parnaso degli scrittori? La passione non basta. Occorre determinazione! Ma anche oculatezza…

In conclusione: chi vuole la morte delle piccole e medie case editrici?

Le stesse piccole e medie case editrici, quelle che non sanno produrre qualità ma sanno nascondersi come ninja. Imprese, nondimeno, che hanno tutto il diritto di far valere la propria filosofia e di esercitare l’impresa come meglio gli aggrada. Che lo facciano per vanaglorioso desiderio di espansione o per pura follia, non può essere condannato a priori, purché rispettino le regole di mercato e la legge. Sul piano morale ci sarebbe, come già detto, molto da obiettare, ma non si può pretendere di redimerli.

Dovrebbero piuttosto essere gli autori a capire… e a evitarle.

Poi, non dimentichiamo, ci sono tutti quegli opinionisti del noeap che non avendo titoli, risorse e volontà per avviare regolarmente un’impresa che, in qualsiasi forma,  venda servizi editoriali, si limitano ad aprire una pagina Facebook, sognando, grazie ai Mi piace di amiche in età avanzata, la metamorfosi delle case editrici in mediatori o in enti noprofit. Credono, ne hanno tutto il diritto, che gli aspiranti autori, indotti a scappare dalla falsa, ipocrita e truffaldina editoria, a cui vien fatto credere che pagare consulenze editoriali e servizi di editing costituisca reato e che il non-free puzzi o sia un immondo cancro da estirpare, alla fine, illuminati, si avvarranno delle loro prestazioni in nero.

Non si rendono conto che alimentare di parola in parola un clima persecutorio da regimi totalitari, auspicando l’annichilimento della pluralità, la restrizione dell’attività d’impresa e perciò la distruzione della stessa, nuoce tutti. Tutti, anche loro.

Proprio non riescono a pensare da imprenditori: per avere successo occorre onestà, qualità, grinta, creatività e originalità.

Anzi, proprio non riescono a pensare.
_________________________

[1] A tal proposito, riportiamo uno stralcio del simposio tra Elvira Seminara, Alberto Asor Rosa, Paolo di Paolo, Gian Arturo Ferrari, comparso su L’Espresso n. 27, del 1 luglio 2018, pp. 87.
“Ferrari: Ecco un punto classico del dibattito sullo Strega: il grande editore che manipola e controlla. Tra i libri degli ultimi 15 anni alcuni erano esordienti assoluti, non erano costati un soldo: era stata fatta una scelta. Penso a Giordano o a Piperno. La ragione per la quale i piccoli editori non vincono lo Strega […] è che i oro libri piacciono meno di quelli dei grandi editori. Punto.
“Di Paolo: Non sono d’accordo. Al di là del valore di un libro come La solitudine dei numeri primi, a maggior ragione perché Giordano era uno sconosciuto ha influito la capacità di fare campagna elettorale. Non ho mai creduto che i giurati siano ostaggio di logiche editoriali, però che ci sia stata una strategia pesante su certi libri, vincitori già in partenza, è indubbio. Ciò non mi scandalizza, ma neppure l’aria di distacco e di cinismo che lei ha sempre avuto parlando del premio: ma un po’ mi irrita. Dirà che parlo così perché non ho vinto. Io credo che parlare di grande editoria, sovrapponendole il valore assoluto, è ridicolo. Perché su 60 mila titoli che escono ogni anno noi non abbiamo assolutamente idea della qualità effettiva che può albergare ben oltre i cinque finalisti”.

Sta di fatto… che il discorso della qualità è imprescindibile. Una casa editrice che non investa sulla qualità, che al contrario sforni brutti libri danneggi l’editoria in genere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *