Autocreazione dell’opera d’arte e concetto di bellezza

bellezza e arte
Arte e bellezza artistica

L’opera romanzesca ma anche artistica non è unicamente il prodotto del romanziere o dell’artista. L’opera si autoproduce più o meno come il bambino si autoproduce nel grembo della madre. La madre nutre l’embrione durante i nove mesi della gestazione, ma è l’embrione a svilupparsi, con le sue proprie forze, con i suoi geni. Ogni opera è coanimata da un potere autocreatore che evidentemente si nutre dello scrittore, ma l’opera è anche il suo autore. Così il romanzo è un essere vivente, quando viene scritto, ma anche quando viene letto. Inanimato in una libreria o in una biblioteca, riprende vita sotto e mediante lo sguardo del lettore. (Cfr. Sull’estetica, Edgar Morin)

Autocreazione artistica
Edgar Morin al cospetto della bellezza

Di notevole importanza la distinzione tra oggettività e soggettività della bellezza. A tutti risuona nella mente il motto: Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. Si vuole spostare l’attenzione sul gusto, anche solo per incoraggiare chi è bruttino. Ci si consola e ci si adagia sulla possibilità che anche una persona non gradevole di aspetto possa suscitare emozioni e attrazione.

Di solito si completa il gioco con l’idea che Amore scocca a caso le sue frecce. Insomma, l’amore è cieco, non guarda i difetti.

E cosa guarda? Guarda la bellezza oggettiva! La definizione di concetti non oggettivi porta, infatti, all’influenza su di essi del gusto personale. Risulta così impossibile discutere con obiettività su argomenti senza essere influenzati dalle proprie convinzioni e dal proprio senso estetico. Quella oggettiva invece è “la bellezza definita come un insieme di qualità rispondenti a dei canoni”, ma ciò non deve indurre all’errore di pensare che sia oggettività valida universalmente. Rimane pur sempre una funzione del tempo, dello spazio e soprattutto della cultura che la recepisce. La bellezza comporta la cognizione degli oggetti come aventi una certa armonia intrinseca oppure estrinseca, con la natura, che suscita nell’osservatore un senso ed esperienza di attrazione, affezione, piacere, salute. E a tal proposito, solitamente si definisce “oggetto di bellezza” qualsiasi entità percepita che riveli un aspetto significativo e attrattivo per qualcuno. La presenza del sé in qualsiasi contesto umano indicherebbe che la bellezza è naturalmente basata sul sentimento che suscita negli esseri umani, anche se la “bellezza umana” è soltanto l’aspetto dominante di una più grande e incalcolabile naturalezza, cioè di una bellezza naturale. Nel libro “Attaccamento e amore” (Grazia Attili, Attaccamento e amore, Il Mulino ed., pp. 59-61) troviamo che la bellezza umana corrisponde alla cosiddetta “sezione aurea” (presente anche in opere architettoniche, tra cui il Partenone), e quindi a una struttura cranica delineata in linee architettoniche di tensione idealmente resistenti alle sollecitazioni meccaniche; questa, similmente ad altri segnali (esterni al cranio) che indichino salute fisica e assenza di difetti genetici (esperimenti su animali indicano chiaramente che i maschi rifiutati risultano tendenzialmente portatori di svariati difetti nel DNA).

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Un autore assai prolifico, saggista e storico della cultura, nonché studioso di semiotica e scrittore di fama internazionale, Umberto Eco, si è occupato di bellezza e di bruttezza.

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