A chi giova l’editoria a pagamento?

L’editoria a pagamento non è semplicemente un misfatto; è pure un grave errore sotto il profilo economico e aziendale.

Intanto, “per contratto di edizione” s’intende “il contratto con il quale l’autore concede ad un editore l’esercizio del diritto di pubblicare per la stampa, per conto e a spese dell’editore stesso, l’opera dell’ingegno”.

È contemplato il “salvo patto contrario”, ma la regola è inequivocabilmente stabilita: l’autore non versa nulla, nessun tipo di contributo. L’intento del legislatore è chiaro: salvaguardare la qualità. Se si pubblica “a spese dell’editore”, si arguisce, non si pubblicherà mai di tutto e di più! L’editore è chiamato, almeno in linea teorica, a un laborioso intervento di valutazione delle opere. Che poi, in pratica, nella maggior parte dei casi, ciò si traduce in selezioni di nomi noti o, perlomeno, spendibili, e quindi in mere strategie di marketing, suona un po’ di anti-democratica beffa.

In effetti, inutile tergiversare, solo pubblicando autori che hanno già un cospicuo numero di lettori pronti ad acquistare il libro, si può ottimisticamente sperare di farla franca. Altrimenti il flop è dietro l’angolo. Conta più il nome che il marchio. Non serve una laurea per capirlo. Non si va in libreria per comprare l’ultimo della Mondadori ma l’ultimo di Alberto Angela (tanto per citare un nome da super hit parade). Può anche non trattarsi di uno scrittore di professione. I calciatori che scrivono libri vanno alla grande. Perché? Forse perché sanno scrivere bene? Certo che no. La gente compra il libro di Totti o quelli di Vialli e Zanetti perché trattasi di gente famosa, calciatori che hanno calpestato il manto erboso di grandi stadi e riempito pagine e pagine di notiziari sportivi per le loro giocate straordinarie.

Un esordiente, pertanto, in questo turpe scenario, non ha alcuna speranza di essere pubblicato. Ne è consapevole. E ne sono consapevoli anche le case editrici a pagamento, le quali finiscono per concordare con l’autore la compravendita di copie, in modo da ridimensionare il rischio d’impresa, consentendo all’autore di coronare il sogno… che, tuttavia, ben presto, si trasformerà in un incubo. Perché? Ovvio… l’editore non riuscirà a soddisfare le sue aspettative. Le librerie non vogliono libri non appetibili, ne hanno fin sulle scatole di sillogi e autobiografie; i distributori se ne infischiano; tutto il mondo della critica tace; il web si muove per chi induce guadagni, non per l’ultima ruota del carro. Non andrebbe illuso nessuno, anche se molti scribacchini nascono per essere illusi: sono così ciechi e pieni di ego che si lascerebbero imbrigliare da qualsiasi parolaio.

Per quanto s’impegni, il piccolo editore incapace di preselezionare i progetti migliori non andrà troppo lontano; sarà difficile superare anche 20-30 copie in un anno.

Se l’autore fosse disposto a investire nella promozione, perlomeno a collaborare, si riuscirebbe a fare qualche miracolo in più, ma di solito l’autore che ha già comprato un certo numero di copie, donandole ai familiari e alla cerchia di amici più stretti, non è interessato a versare altri soldi a qualche agente digital promoter, perché, evidentemente, non crede nelle promesse, preferisce confidare nella manna dal cielo o nella rete di conoscenze dell’editore, prima di rassegnarsi e chiudersi in sé stesso come una vongola di Goro. L’editore, di conseguenza e tanto più, non “fa nulla”.

Ma generare amarezza e insoddisfazione non paga; anzi, prospetticamente, è una zappa sui piedi: si diffonde l’opinione, indipendentemente che sia vero oppure no, che quella casa editrice approfitta di autori in erba; viene presto bollata e inserita nelle liste nere. Intanto gli autori disillusi giungono a coalizzarsi per meditare vendetta.

Inoltre, c’è un problema di fondo. I testi di scribacchini sconosciuti sono pieni di errori, senza né capo né coda, privi di una storia e di una narrazione coerente e coesa; ma, attenzione, se audacemente si concorda di correggerli e l’editing è a pagamento (!) si rischia davvero grosso: chi non sa scrivere, per natura, non sa neppure riconoscere i propri limiti e risulta un’impresa da cuore impavido spiegargli (tanto più in quanto ha pagato fior di quattrini) che una correzione in quel senso va pur fatta. In realtà è difficile editare testi carta igienica. Se scendi troppo in profondità e ristrutturi le frasi, ti rinfacciano di aver “cambiato lo stile”, di non aver “capito l’essenza del messaggio”, di aver perpetrato “uno scempio” su ciò che a torto si ritiene un capolavoro. Se d’altro canto non si scende in profondità e si rimuovono solo refusi ed errori di punteggiatura, come di solito fanno anche le case editrici “free”, nel testo permangono ripetizioni e incongruenze che, un bel giorno, sgorgheranno in superficie con l’impeto di un’eruzione vulcanica.

D’altronde, se l’editing non viene pagato, perché farlo? Perché perdere ore e ore a correggere un testo che poi, comunque, non venderà, in quanto che l’autore non conosce nessuno e nessuno è intenzionato a conoscerlo?

La risposta è una sola: NON BISOGNA ACCOLLARSI SIMILI FARDELLI. STOP! Bisogna pubblicare solo, esclusivamente, quegli autori che, seppur esordienti, possano garantire un ritorno economico. È necessario elaborare un piano editoriale. Se fattibile, si accetta, altrimenti amen. Certo, è sempre un terno a lotto. Ma se vengono accuratamente prescelti i testi migliori, per i quali l’editing sia una “passeggiata”, o comunque testi adatti a essere editati, e l’editing stesso, in tal caso, avviene sotto forma di consulenza (questa sì può essere a pagamento in quanto servizio accessorio grazie al quale l’autore, specie se esordiente, compie un vero e proprio percorso di formazione), e se s’investe su promozione e distribuzione, con partecipazione a fiere, con l’organizzazione di eventi, con un’attività assidua di consulenza e, soprattutto, in virtù di una collaborazione leale e sincera, si può davvero sperare di ottenere successo. Anche se, a dirla tutta, il successo non conta. Conta la felicità.

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