Riflessione sul cinema di Edgar Morin

Notiamo che il cinema rende evidente in modo ancor più efficace una situazione che viviamo in teatro, con il romanzo e con la poesia. Siamo capaci di provare contemporaneamente dolore e godimento estetico. L’arte ci restituisce quel dolore dandoci un piacere, un’emozione, un godimento estetico. Un godimento estetico che non annulla il dolore in noi: lo rende visibile, lo rende sensibile.

Giacomo Leopardi scrive:  “Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie […] servono di grande consolazione, raccendono l’entusiasmo, e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. E così quello che veduto nella realtà delle cose, accora e uccide l’anima, veduto nell’imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di genio […] apre il cuore e ravviva”[1].

Gli intellettuali dicono che lo spettatore è in uno stato di alienazione quasi ipnotico che gli fa perdere la coscienza lucida. Certamente, c’è una forma di divertimento e di oblio nello spettatore. Ma c’è anche e simultaneamente una forma di chiaroveggenza: la partecipazione al racconto, l’identificazione con i personaggi, il rapporto straordinario che abbiamo con i protagonisti del film ci rendono molto più comprensivi ed empatici al cinema che nella vita normale.

Per esempio, nel Padrino (1972) di Francis Ford Coppola, Don Corleone personaggio centrale interpretato da Marlon Brando, è un criminale. Tuttavia, nello stesso momento, vediamo che ama la famiglia, che ha sentimenti di fraternità, sentimenti di onore, pur essendo capace delle peggiori viltà, delle peggiori astuzie. La nostra simpatia è maggiore della nostra ripugnanza, perché non vediamo solamente la sua disumanità, ma anche la sua umanità.

Hegel diceva, più o meno: “Se chiamo criminale qualcuno che ha compiuto un crimine, riduco tutta la sua personalità a questo solo crimine e dimentico il resto”. È quel che facciamo nella vita normale. Riduciamo l’altro a uno dei suoi aspetti, il peggiore nel caso di coloro che non ci piacciono, il migliore nel caso di coloro che ci piacciono.

Al cinema vediamo vagabondi, galeotti che hanno commesso delitti o crimini, ma simpatizziamo con loro perché sentiamo l’infelicità di stare in carcere, simpatizziamo con il sublime vagabondo interpretato da Charlie Chaplin in Charlot vagabondo (1915), mentre i veri barboni per strada non li guardiamo nemmeno, giriamo la testa dall’altra parte.

Quindi, da spettatori al cinema siamo molto più umani, siamo migliori che nella vita normale, e si può estendere tale idea al teatro di Shakespeare o al romanzo di Dostoevskij. Quest’autore suscita nel suo lettore la compassione infinita per gli umiliati e gli offesi e la ripugnanza per l’umiliazione e il disprezzo. E noi proviamo compassione e persino amore per il perdente di C’era una volta il West (1965) di Sergio Leone, come per tutti i perdenti del cinema. Ma, fuori dalle opere di Dostoevskij, fuori dal cinema, ci sono intorno a noi umiliati e offesi, migranti, orfani, immigrati, rifugiati, che il nostro sguardo e la nostra attenzione ignorano.

Dimentichiamo compassione, umanità, complessità appena usciti dal cinema, ci disumanizziamo di nuovo, ignorando il vecchio mendicante che ci tende il piattino, la rom che incrociamo per strada, odiamo e disprezziamo i criminali di cui si parla al telegiornale.

Come rendere durevoli le virtù di comprensione che il cinema, il teatro, la letteratura ci infondono temporaneamente o provvisoriamente?

(cfr. Sull’estetica, Edgar Morin, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019, pp. 72-75)

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[1] G. Leopardi, Zibaldone, Edizione integrale diretta da Lucio Felici, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 2005, p. 93.

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