L’ambigua natura del giudizio

Cosa significa giudicare? In che cosa consiste il giudizio? È salutare?

Immaginiamo di osservare una rosa rossa. Affermare: “Quella rosa è rossa” significa constatare un fatto, descrivere uno stato di cose. Dire: “Quella rosa rossa non mi piace” significa calarsi in una dimensione soggettiva ed esprimere una valutazione. Sostenere: “Le rose rosse sono brutte” significa esprimere un giudizio in forma di pretesa monistica; esattamente il contrario di ciò che il pensiero plurale e il buon senso esigerebbe.

Quando si condanna qualcuno, o qualcosa, utilizzando quella parte del discorso chiamata Aggettivo qualificativo, che abbiamo imparato a usare a scuola, che purtroppo la scuola ancora usa per “giudicare” gli alunni; nella logica aristotelica l’aggettivo qualificativo è detto Predicato, giacché predica, afferma qualcosa di qualcosa/qualcuno.

Si potrebbe pensare che una predicazione positiva, di apprezzamento, non è da bandire; ma non è proprio così. Intanto, un apprezzamento è fonte di gioia quando è sincero e non finalizzato all’adulazione.

Ma il problema è un altro… risiede nella natura ambigua del giudizio.

Soffermiamoci sulla natura della predicazione negativa e accusatoria.

Dire: “Le rose rosse sono brutte” significa attribuire la qualità di brutto a tutte le rose. Si tratta di una generalizzazione indebita, perché non è possibile fare esperienza di tutte le rose rosse e non è neppure possibile affermare che tutte le rose rosse siano identiche a tal punto che basterebbe vederne una per inferire l’aspetto delle altre.

Orbene, si faccia attenzione. Anche dire: “Giudicare fa male”, che poi significa: “Giudicare è una brutta cosa”, è un giudicare, un condannare, un accusare il giudizio stesso.

Invero, siamo finiti in un vicolo cieco: da un lato vorremmo prendere le distanze dal giudizio accusatorio, dall’altro, addiveniamo, con sciatteria, in una sorta di capovolgimento delle parti, a un giudizio altrettanto accusatorio.

Forse non è il giudizio in sé stesso che va respinto ed evitato. Il linguaggio e in generale la comunicazione non possono eludere l’attribuzione di un predicato a un soggetto. Possono, tuttavia, ridimensionare la portata generalizzante, pluralizzando il discorso spostandolo sul piano della soggettività e del sentire. Allora: limitiamoci a dire: “La rosa rossa non mi piace”, sperando che qualcuno ci chieda perché, avviando così una stupenda conversazione. E comunque nessuno avrà mai abbastanza argomenti per sconfessarvi. Sarà più utile concentrarsi sulle motivazioni di una valutazione negativa. Ma, a rigore di logica, persino il giudizio accusatorio generalizzante può celare delle motivazioni ed essere sorretto da una qualche ragione che sarebbe bene (!) sviscerare.

In altre parole, è il senso che si attribuisce alle parole la chiave di volta della comunicazione plurale.

Certo, parlare con il cuore non sempre aiuta. La schiettezza, la verità dei sentimenti, l’espressione personale… non vanno di moda al giorno d’oggi. Si preferisce l’ipocrisia di un falso complimento o un verso stucchevole per sedurre l’interlocutore. Di questo “parleremo” la prossima volta.

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